Occhio ai falsi maestri

03.10.2013 16:18

Propongo in questa pagina l’ascolto di Pietro Archiati in una sintesi che ho intitolata “idiozie”. Si tratta di un mp3 di ca. 35 minuti, che ho ricavato da una serie di affermazioni fatte in un seminario tenutosi il 27/30 sett. 2007 a Rocca di Papa (Roma), la cui versione originale è prelevabile  qui .

Come potrai sentire, l’oratore è anche contestato da alcuni presenti, che però sono da lui maltrattati, dimostrandosi così per quello che egli veramente è (ovviamente, se lo si vuol vedere), vale a dire una persona che usa contenuti antroposofici per assolutizzare un suo comunismo livellatore di ogni essere umano.

Oltretutto, assurdamente, egli parla negativamente dei geni dell’umanità come di persone che vengono idolatrate, e del papa - cosa questa, che potrebbe anche essere sensata - come di una persona che incarna l’autorità a cui ci si sottomette, salvo poi, però, comportarsi egli stesso, sia a parole che nei fatti, come un genio o come un papa, vale a dire bastonando e frustrando gli ascoltatori intimiditi.

A mio parere, l’opera di questo oratore limitato alla sua visione comunistico-fichtiana del mondo è rallentatrice e non promotrice della comprensione della filosofia di Steiner, anche e soprattutto per l’idea della triarticolazione sociale che essa comporta, e di cui egli dimostra di continuare a confondere col buonismo (vedi, a questo proposito le sue conferenze intitolate “Un’idea geniale per l’economia, la politica, la cultura - La triarticolazione sociale di Rudolf Steiner”). Già questo titolo, che parla della triarticolazione come di una “genialata” di Steiner, fa propendere alla comprensione della triarticolazione come di una invenzione del suo autore. In realtà non si tratta di un’invenzione ma di una scoperta, basata su osservazione concreta della realtà... Anche se il pensare umano è immateriale, è universalmente concreto... E questo è possibile avvertirlo, appunto, mediante il metodo de “La filosofia della libertà”, metodo che principia con l’esporre i principali preconcetti ideologici che bloccano come errate abitudini di pensiero il nostro essere.

Coloro i quali non si liberano dei loro pregiudizi, cioè delle loro abitudini di pensiero, sono appunto dei limitati.

Quanto dico poggia su logica di realtà. Poniamo, ad esempio, che ci sia, appunto, un filosofo limitato in quanto incapace di distinguere il bene dal male o il limitato dal non limitato. Se si dice a costui che il limitato non può essere libero, egli obietta immediatamente (questa cosa è un fatto vero che mi è recentemente capitato) che non è vero nella misura in cui grazie alla filosofia della coincidenza degli opposti, ogni opposto coincide col suo contrario, quindi poiché il limitato è l’opposto del non limitato e coincide con questo, il limitato non esiste... Ma questa è solo un’astruseria. Nella logica della realtà il limitato può essere libero solo se elimina il fattore che lo limita, rendendolo non più limitato ma libero. Se invece, in nome della sua pseudo filosofia, egli non ne vuol sapere di liberarsi può solo essere un libero scemo, cioè uno da cui continua a scemare ogni possibilità di libertà.

Oggi viviamo veramente fra scemi... Uno scemo si sente talmente saggio oggi che, appellandosi dunque alla “coincidentia oppositorum” continua a dire scemate...

Non che tutti siano scemi, né che tutti gli scemi siano del tutto scemi. Quelli del tutto scemi sono scemi organici, cioè persone che nascono per esempio con un cervello che non funziona o funziona solo in una sua parte destra o sinistra. Invece i mezzi scemi, che sono i più pericolosi, sono quelli che si rifiutano di ragionare, vuoi perché premettono ideologie ad ogni loro esperienza concettuale, vuoi perché si credono superiori a tutti, oppure perché hanno l’abitudine di ragionare solo superficialmente, o alla Fichte (1), l’idealista assoluto che continuava ad applicare misure a tutto per “co stringer e i lettori a capire” la sua “libertà... della misura in cui” o “nella misura in cui...”! Roba da pazzi furiosi insomma!

 

NOTE

(1) Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) è l’“esaltato” che, attraverso il suo idealismo assoluto, continuò l’operazione kantiana dello scotomizzare la conoscenza per far posto alla fede: “L’amore della scienza e particolarmente della speculazione”, egli diceva, “quando si impadronisce di un uomo, lo possiede al punto che egli non desidera altro che occuparsene nella calma”.

Secondo il suo allievo Friedrich Karl Forberg (1770-1848), egli era però tutt’altro che calmo: “il suo discorso pubblico tuona come un temporale che, si scarica in pochi fulmini […] il suo occhio è severo, il suo andamento è fiero; egli vuole guidare con la sua filosofia lo spirito dell’epoca; la sua fantasia non è fiorita, ma energica e potente: le sue immagini non sono graziose, ma ardite e grandi. Egli penetra nelle intime profondità dell’oggetto e si muove nel regno dei concetti con una disinvoltura tale da fare emergere che egli non solo abita in questo paese invisibile, ma vi regna” (R. Steiner, “L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani”, Ed. Bocca, Milano, 1949).
Così mentre Kant spegneva la conoscenza per fare posto alla fede, Fichte la spegneva assolutizzandola in astrazioni mentali prive di contenuto esperienziale. Fichte è infatti il pensatore che per l’idealismo assoluto col quale presenta il proprio spiritualismo “tentò di dedurre dall’io l’intero edificio del mondo. Ma è veramente arrivato soltanto ad una grandiosa immagine mentale del mondo, senza alcun contenuto sperimentale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”).
A tutto, Fichte applica le misure di questa sua astratta speculazione mentale, misure che impone anche ai suoi lettori affinché imparino a vivificare la lettera,  ad esaltarla, innalzarla, e nobilitarla “fino alla fine dei secoli” (“L’evoluzione…”, op. cit.). Si sentiva a tal punto eterno condottiero in missione spirituale da autoproclamarsi “sacerdote della verità” (ibid.) e perciò non aveva alcun problema nel “forzare gli altri ad intenderla” (ibid.), né nell’intitolare, ad es., un suo scritto addirittura “Rendiconto chiaro come il sole. Al grande pubblico sull’essenza propria della filosofia più recente. Un tentativo di costringere i lettori a capire”. Dunque uno scemo (in quanto appare scemato da lui l'equilibrio capace di mostrargli che non può esservi libertà nel costringere...)!
Nel linguaggio odierno, uno come Fichte, che non crede di aver bisogno della realtà e dei suoi fatti, ma che è continuamente fissato sul mondo delle idee, come lo si potrebbe chiamare? Un pirla? Se poi costui arrivasse, proprio come faceva Fichte, a disprezzare chi non accettava le sue assolutizzazioni, sarebbe considerato ancora peggio, no? Fichte era, ad es., convinto che la convinzione umana non avrebbe potuto ingannarsi, ed ebbe le seguenti aspre parole per il filosofo austriaco Karl Leonhard Reinhold (1757-1823) che aveva osato esprimere l’idea che la voce interna nell’uomo avrebbe potuto anche ingannarsi: “Lei dice che il filosofo debba pensare che in quanto individuo può ingannarsi, e che quindi debba e possa anche imparare dagli altri. Sa Lei, quale stato di spirito ci sta descrivendo? Quello di un uomo, che mai, in vita sua, è stato convinto di qualche cosa!”.

Una risposta come questa da’ per scontato che non possano esservi convinzioni sbagliate... Dunque da’ per scontata l'assolutizzazione della “convinzione”...

In altre parole, Fichte assolutizza talmente i concetti e le idee che non si accorge neanche più del mondo esterno.

L’assolutizzazione della convinzione mi ha ispirato la creazione del seguente video che ho intitolato “Antroposofia apodittica”, proprio per sottolineare che un simile modo di ragionare è possibile solo per uno scemo, cioè per un unilaterale epigono dell’idealismo tedesco. Ed oggi avviene, appunto, che simili scemenze siano fatte passare per scienza spirituale a carattere antroposofico!
Fichte afferma altresì che “ogni cultura deve essere un esercizio di tutte le nostre forze in vista di un solo scopo: la libertà completa” (“Contributi alla rettificazione dei giudizi del pubblico sulla Rivoluzione francese” in “Evoluzione…”, op. cit.), e subito dopo aggiunge “cioè l’indipendenza totale da tutto ciò che è il nostro essere puro (ragione, legge morale)”. Ma come! Vuole essere libero perfino dal puro essere della sua ragione? È proprio così: per lui ogni scienza può valere solo per un io ma l’ordine scientifico mondiale non può che essere fuori dell’io. Fichte è convinto che tale ordine esista, sebbene non sappia nulla di esso, e che noi umani non ne possiamo sapere nulla, per cui possiamo solo  credere. Ecco dunque come, al di là del sapere, il nostro Fichte raggiunge la fede: “come il sogno di fronte alla realtà, così è ogni conoscenza di fronte alla fede” “L’evoluzione…” (op. cit.). Perciò fa affermazioni auto-castranti, masochistiche e degne del noto slogan demenziale di Beppe Starnazza “Perché star bene quando si può soffrire” (Roberto “Freak” Antoni, alias Beppe Starnazza, “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”, Ed. Feltrinelli). Affermazioni piene di… vuoto, insomma: “Non vi è fuori di me, né in me, qualcosa di duraturo, solo vi è un cambiamento incessante. Non conosco nulla dell’essere, nemmeno del mio proprio io. Non vi è nessun essere. Io stesso non so nulla e non sono nulla. Vi sono immagini, sono la sola cosa esistente, ed esse si conoscono, nel modo in cui le immagini possono conoscersi. Immagini che passano senza che vi sia qualche cosa dinanzi a cui passano, che attraverso immagini sono connesse ad immagini, immagini senza nulla in sé di rappresentato, senza significato e senza scopo. Io stesso sono una di queste immagini; già, non sono nemmeno questo, ma l’immagine confusa di altre immagini. Ogni realtà si trasforma in un sogno strano, senza vita di cui si sogna, e senza spirito che sogni; in un sogno che dipende da sé in un sogno. La contemplazione è il sogno; il pensiero - la fonte di ogni essere e di ogni realtà, che io mi sto raffigurando, del mio essere, della mia forza, dei miei scopi - è il sogno di questo sogno” (Fichte, “La destinazione dell’uomo”).

Qui siamo dunque al livello della nota trasmissione di Gigi Marzullo, che dal 1994 continua a chiedere ai suoi ospiti “La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”.

Con ciò non voglio dire che Fichte sia stato uno scemo. Per il suo periodo, Fichte scrisse anche cose sublimi. Voglio solo dire che scemo sarebbe uno che oggi, dopo quasi tre secoli, si comportasse ancora come lui, o assumesse la sua eterica “gebärde”, cioè il suo gesto interiore, i suoi pensieri come propria abitudine di pensiero...