Scomparendo l’individuo spunta il cretino

18.08.2013 09:32
Per Fichte, l’individuo - cioè la singolarità individuale - deve scomparire: «la ragione è l’unico in sé, mentre l’individualità è soltanto accidentale. La personalità [..] è soltanto un modo particolare di esprimere la ragione, ed è destinata necessariamente a perdersi nella forma universale di essa. Per la dottrina della scienza soltanto la ragione è eterna, mentre l’individualità deve decadere incessantemente, fino a morire (die Individualität muss unaufhörlich absterben)» (C. Cesa, “Prima e Seconda introduzione alla dottrina della scienza”, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 87). 
 
Pertanto, anche se egli afferma che «Dio è la ragione stessa» (J. Gottlieb Fichte, “Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften”, hrg. von R. Lauth, H. Jacob, H. Gliwitzky, Frommann-Holzboog, Stuttgart-Bad Cannstatt 1962, sez. 4, 1° vol., p. 446), questo dissolversi post mortem dell’individualità nella ragione universale, fa di Fichte - almeno fino a prova contraria - un seguace dell’averroismo, cioè della dottrina di Averroè, più volte accennata da Rudolf Steiner come aristotelismo spurio.
 
Ma al di là di questo, se in quanto individualità io fossi davvero convinto del mio dissolvermi post mortem nella ragione universale, dovrei dire allora che la morte socializza forzatamente, dato che annienta quel corpo che solo distingue, nella convinzione di Averroè (Fichte vede il corpo come un tratto distintivo della razionalità finita degli umani), una persona dalle altre. In tal caso non potrei non essere allora convinto che ogni socializzazione, forzata o non forzata, comporta l’annientamento dell’individualità.
 
Ma allora perché mai dovrei optare per la socializzazione? Forse per diventare con Fichte precursore del contrasto comunista tra l’individuale e il collettivo che, non riuscendo a comporsi mediante un superiore grado di sviluppo dell’autocoscienza o di quell’”individualismo etico” di cui parla Rudolf Steiner ne “La filosofia della libertà”, si è finora risolto mortificando o annientando il collettivo per mezzo dell’individuale (dell’egoismo) oppure mortificando o annientando l’individuale per mezzo del collettivo (del partito, dello Stato o della Chiesa)?
 
Nel comunismo - senza la scienza steineriana - convivranno sempre due tendenze, una rigida, dogmatica, statalista, ed economicistica; e un’altra di liberazione, pluralista, umanista. 
 
In termini steineriani, la prima è “arimanica” e la seconda “luciferica”. E dato che la storia ha mostrato il fallimento della prima, i nostalgici puntano allora sulla seconda. Per esempio, sui cosiddetti “girotondini”, “movimentisti” o “no-global” che si crede la rappresentino. Fra costoro ci sono anche i sedicenti antroposofi di “Libera conoscenza”, con a capo Archiagottlieb il quale predica, sì, la libertà, ma la libertà comunista di J. Gottlieb Fichte, mascherandola con l’universale libertà di Rudolf Steiner.
 
Con l’opera “Der geschloßne Handelsstaat” (Lo Stato economico chiuso) di Fichte si instaurava “un regime comunista e proibizionista” (Giorgio Del Vecchio, “Il comunismo giuridico del Fichte”, Kessinger Legacy Reprints; testo pubblicato nel sito “Nereo Villa Opere”: http://digilander.libero.it/VNereo/comunismo-giuridico-di-fichte.htm) in cui lo Stato era minutamente disegnato secondo un “vero trattato di comunismo giuridico, ossia (in lato senso) di socialismo di Stato” (ibid.). 
 
Ed anche se “l’ideologo formidabile della libertà termina invocando il proibizionismo commerciale e l’assolutismo di Stato” (ibid.), il suo disegno minutamente tracciato nel 1800 sui compiti dello Stato è ancora predicato nel terzo millennio da Archiagottlieb come scienza di Steiner: “Il legislatore deve unicamente stabilire quali azioni sono vietate, e devono perciò essere punite” (Pietro Archiati, “Il pensiero, via maestra alla felicità. Dialogo fra scienze naturali e scienza dello spirito” Ed. Archiati). Ma fino a prova del contrario questa sua ideologia è una contraffazione della scienza della libertà di Steiner.
 
Archiagottlieb e la sua banda di mistificatori di “Libera conoscenza”, si sentono evidentemente liberi di dire fregnacce una dopo l’altra mettendole in bocca a Rudolf Steiner.
 
Ci si ostina insomma a ignorare la vera scienza dello spirito, ottenebrandosi volontariamente!
 
In nome dello Stato si diviene ciechi volontari: ci si chiude gli occhi per non vedere... L'io si nutre dell’opposizione all’oggetto di percezione, cioè al non-io fichtiano, e non si riesce a ritrovare se stessi al di là di quella soglia che il pensiero rappresentativo, la coscienza sensibile e l’ego temono di attraversare per paura di perdersi. L’io ordinario o ego non è altro che l’embrione dell’io superiore, etico e sociale. Chi si sente “di sinistra”, dunque, non si illuda. È solo da una perseverante e mai esaustiva autoeducazione dell’ego (fondata su una vera e profonda conoscenza dell’essere umano) che può venire alla luce l’io, e quindi un mondo migliore, non da una sua più o meno violenta o “conviviale” costrizione, generatrice del solito e vetusto mondo malmondato...
 
Per Fichte “l’idealismo è la sola filosofia della libertà, poiché muove dall’io e dalla sua attività creatrice e trasformativa” (D. Fusaro, “L’aporia dello Stato in Fichte”, GCSI – Anno 3, numero 5, ISSN 2035-732X, p. 112).
 
Per Steiner la filosofia della libertà è monismo.
 
Per Fichte è la passione idealistica della libertà a imporre lo Stato come principio morale decisivo. Solo mediante l’azione dello Stato diventa possibile per lui garantire l’eguale libertà dei soggetti e il loro libero sviluppo. Per Steiner, ciò sarebbe una malattia dell’organismo sociale, simile a quella di un organismo umano in cui il sistema cardiocircolatorio volesse arginare il lavoro del sistema nervoso e quello metabolico. 
 
L’individuo è per Fiche conseguenza necessaria dell’azione dello Stato inteso come principio morale, e scrive: “il vero scopo dello Stato è di aiutare ciascuno a raggiungere quello a cui, come partecipe dell’umanità, ha diritto, e di mantenerlo in tale condizione” (J. Gottlieb Fichte, “Lo Stato commerciale chiuso”, Bocca, Milano 1909, p. 29).
 
Lo Stato è invece per Steiner conseguenza necessaria della vita dell’individuo, e scrive: “L’individuo umano è la sorgente di ogni moralità e punto centrale della vita terrestre. Lo Stato, la società, esistono soltanto perché risultano come conseguenze necessarie della vita individuale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà, cap. 9°, §48).
 
Evidentemente per Archiagottlieb queste differenze non contano molto, dato che dopo avere letto per la prima volta “La filosofia della libertà” racconta di avere avuto l’impressione di averla scritta lui! 
 
Secondo Archiagottlieb se, anziché partire dall’io, J. Gottlieb Fichte fosse partito dall’idea del conoscere, avrebbe capito che l’io pone il conoscere: “Fichte, invece di partire dall’idea del conoscere, è partito dall’idea dell’Io. Concepito come inizio assoluto, come libertà assoluta, l’Io non può porre che se stesso. Ma questo porre se stesso rimane senza contenuto. Bisogna chiedersi: che cosa pone l’Io ponendo se stesso? L’oggetto di questa attività assoluta del porre, Fichte non l’ha mai chiarito. Egli fa iniziare l’Io con una decisione libera, con un atto assoluto: ma quale atto? Se Fichte fosse invece partito dall’idea del conoscere, gli sarebbe stato più facile comprendere che l’Io pone il conoscere” (Pietro Archiati, “Libertà senza frontiere”, Ed. Archiati, p. 74).
 
Ma quando mai? In quanto io conoscente io attuo il processo del conoscere solo come una teoria che posso descrivere, non porre, non creare. 
 
Infatti poi dice “In quanto io conoscente egli attua appunto il processo del conoscere quale descritto sopra. Egli non ha tenuto conto che nella teoria della conoscenza (da lui chiamata «teoria della scienza»: Wissenschaftslehre) non si tratta specificamente dell’uomo in quanto attore libero, ma in quanto soggetto conoscente. Volendo rendere assoluta la libertà dell’Io, Fichte gli ha tagliato ogni ponte verso l’altro da sé” (ibid.). 
 
Ma, ripeto, come soggetto conoscente io conosco il conoscere come teoria della conoscenza, mica lo pongo! Non posso porre il conoscere stesso, perché questo non esiste senza una precisa fisiologia corporea! Quindi non spetta a me creatura, porre o creare il conoscere, ma alla creazione. Io posso porre un principio a monte del mio filosofare, ma qualsiasi sia questo principio, creerò sempre una filosofia campata in aria: “finché la filosofia accetta tutti i possibili principi [...] resta sospesa in aria” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 3°, §31°). 
 
Se Steiner fosse partito assiomaticamente dal concetto del pesare non avrebbe operato scientificamente ma filosoficamente. Invece il suo lavoro è scientifico, non una filosofia come le altre! 
 
ECCO PERCHÉ IL PUNTO DI PARTENZA DESIGNATO DA STEINER NELLA SUA FILOSOFIA È IL PENSARE NON IL CONCETTO DEL PENSARE: “È necessario tenere presente che il punto di partenza designato qui è il PENSARE, e non i CONCETTI e le IDEE, i quali sorgono soltanto attraverso il pensare [...]. (Faccio espressamente notare questo perché qui sta la mia differenza con Hegel. Questi pone il concetto come elemento primo ed originario)” (ibid., cap. 4°, §1°).
 
Archiagottlieb non comprende che Steiner non parte da un assioma perché per sua stessa ammissione: “nessun pensiero può compiersi senza assiomi” (Pietro Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008) ed evidentemente “La filosofia della libertà” è per lui una mera serie di pensieri... Eppure dovrebbe sapere che Steiner è più scienziato che filosofo!
 
Partire da un principio filosofico, per forza di cose significa partire da un pensato. La filosofia della libertà di Steiner è invece scienza della libertà in quanto OSSERVAZIONE DELL’ATTIVITÀ INTERIORE (O OSSERVAZIONE ANIMICA) SECONDO IL METODO DELLE SCIENZE NATURALI! Dunque egli parte dal pensare ma non da non intendersi come idea del pensare, bensì come esperienza, esperimento! In tale contesto il conoscere non si può porre, ma solo scoprire. 
 
I concetti appartengono alle cose. Perciò vanno SCOPERTI, non INVENTATI alla Fichte o all'Archiagottlieb, inventore di fregnacce.
 
Anche Giovanni Gentile, a differenza di Hegel, prese il pensare come punto di partenza, ma lo prese come “punto di partenza” di un sistema filosofico (l’“attualismo”), e non, come Steiner, di una “osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. La sua “riforma dialettica hegeliana” comprendeva un saggio intitolato “L’atto del pensare come atto puro”. L’atto del pensare ha però senso solo se lo si sperimenta, e perde di senso se lo si concettualizza o lo si sistematizza. Ed è questo che continuano a fare il frescone Archiagottlieb.  
 
Come il “punto di partenza” dell’attualismo gentiliano non è costituito dall’atto del pensare, bensì dall’idea dell’atto del pensare, così il punto di partenza di Archiagottlieb non è costituito dall'osservare pensante della dinamica attiva fra percezione e concetto, ma da un pensiero, cioè da un pensato, quello della percezione pre-giudicata come inganno da superare (Pietro Archiati, "La percezione un Inganno da superare", venduto dalla Rudolf Steiner Edizioni!). Ciò che vale per Gentile vale anche per Archiati (anche se Archiati non vale nemmeno una pensiero di Gentile) e per ognuno di noi che confonda il pensare col pensato: una cosa infatti è il pensare vivente, altra il pensiero del pensare vivente. Questa osservazione non mette in luce solo i limiti dell’“attualismo”, o dello "steinerianismo fichtiano" di Archiati, ma anche quelli di tutta la speculazione filosofica mondiale.
 
Archiagottlieb invece, continuando ad improvvisare i suoi concetti, creandoli dal nulla secondo una fantasia speculativa incapace di distinguere l’osservare scientifico dal favoleggiare, arriva perfino a proporre la creazione di gruppi di studio per aggiustare la terminologia della filosofia della libertà, in quanto Steiner secondo lui “andrebbe a spanne generando confusioni e fraintendimenti filosofici, che mai un filosofo come Rosmini avrebbe generato”. Sentitelo in questo mp3 a partire dal 16° minuto in poi! 

Se si approfondisce un po' la cosiddetta "Dottrina della scienza" ci si rende conto che con Steiner i “conti” di Fichte non tornano; quindi predicare l’antroposofia fichtiana per aggiustare Steiner… è roba da matti. Sarebbe meglio che coloro che vogliono cambiare così il mondo cambiassero prima se stessi.